Il Convegno di zonarte: l’arte del nostro tempo accessibile a tutti.

Il convegno di Zonarte: la sfida del contemporaneo: l’Arte del nostro tempo accessibile a tutti. (prima parte)

Flavia Barbaro, Responsabile Dipartimento Educazione GAM, Torino:

Assistiamo oggi allo sviluppo di un tessuto molto ampio di organizzazioni che hanno deciso di lavorare con l’intenzione di far diventare il museo aperto a tutti. L’idea centrale é sviluppare la progettazione e la costruzione delle occasioni e dei percorsi duraturi e condivisi con delle persone che ci offrono la possibilità di affrontare i linguaggi dell’arte con modalità diverse, come le persone considerate diversamente abili. Io stessa ho delle disabilità motorie, per altri individui so perfettamente che possono essere ancora più gravi, proprio per questo mi sono forse avvicinata all’idea di progettare dei percorsi aperti anche a persone disabili. Tuttavia proviamo a pensare alle regole rigide dei musei: spesso si configurano come vere e proprie barriere architettoniche. Pensiamo ad esempio all’impossibilità di toccare le opere, sappiamo come questo divieto sia radicato all’interno dell’ ambito museale che è molto difficile da abbattere. Naturalmente, ci tengo a precisare, come spesso programmi rivolti a questo tipo di pubblico, permettono alle stesse realtà museali di arricchirsi. I nostri progetti dedicati alle disabilità visiva e uditiva, ad esempio, ci hanno permesso di progettare con delle prospettive diverse, osservando il mondo da un altro punto di vista.

Franco Fratta, Unione italiana Ciechi e Ipovedenti, Torino:

Io ho iniziato a lavorare in questo settore nel 1985, ma devo dire che negli ultimi anni, a Torino ad esempio, c’é stato uno sviluppo molto interessante di una nuova attenzione nei confronti dei non vedenti. Prendiamo ad esempio, il PAV, il Castello di Rivoli, o la GAM. Ci troviamo di fronte ad una situazione d’avanguardia. Persino un museo per così dire difficile come il PAV, si é posto fin da subito il problema di come rendere accessibile e fruibile le sue opere. La fruibilità è ancora più importante, a mio modo di vedere, perché richiede un intervento significativo ed un impegno duraturo da parte dei dipartimenti educazione affinché l’esperienza museale tenga presente l’esistenza di più pubblici con differenze esigenze e particolarità. Esistono addirittura individualità diverse, se vogliamo essere precisi. Negli ultimi anni si sta infatti ragionando anche in questi termini, affinché chiunque acceda al museo, possa fruirne. E’ importante rendere possibile la fruizione sia delle collezioni permanenti che temporanee, parte ancora poco sviluppata rispetto alla prima.

Orietta Brombin, Responsabile attività Educative e Formative PAV:

Vorrei fare un piccolo esempio pratico di come l’intervento di Francesco Fratta sia stato fondamentale per il PAV. Lui ha infatti condotto una serie di corsi di formazione abbozzati, sono infatti appuntamenti ancora in corso, ma ci ha illustrato come interagire con le persone non vedenti; per esempio nel caso del PAV si tratta di opere che difficilmente possono essere toccate, o meglio sono spesso molto vaste. Durante la formazione ci siamo dunque concentrati sulla possibilità e la modalità per descrivere queste opere. La collaborazione con Francesco Fratta é continuata anche nella la progettazione di laboratori.

Annalisa Trasatti, Museo Tattile Statale Omero, Ancona:

Io sono qui in qualità di rappresentante del Museo Tattile Statale Omero di Ancona che è il primo museo tattile statale unico al mondo. Perché ad Ancona? Perché questa idea è venuta a due non vedenti anconetani che sono grandi viaggiatori sia. Viaggiatori per passione, ma anche perchè sono degli esperantisti. Durante i loro viaggi loro chiedevano di poter toccare le opere dei musei e spesso questa possibilità gli veniva negata. C’é da fare una distinzione tra handicap e minorazione. Il non vedente non vede con gli occhi, ma vede con le mani, pertanto non si tratta di handicap; diventa handicap quando si alza un muro e gli si proibisce di toccare, quindi di vedere. Il museo tattile Omero é un museo per tutti, non solo per non vedenti. La collezione che abbiamo sono calchi di arte classica, dei capolavori della storia dell’arte, ci sono anche dei modelli architettonici riprodotti. Il tutto costituisce una sorta di catalogo di storia dell’arte tridimensionale. Vi è anche una sezione di archeologia e una di arte contemporanea autentica. Importante é anche la collaborazione con le associazioni locali e, Il nostro museo da inoltre la possibilità di riprodurre scritte in breil o fornire altri materiali utili per organizzare la visita all’interno dei propri musei. All’ inizio ad esempio é stato difficile trovare il linguaggio più appropriato. Noi infatti utilizziamo spesso un linguaggio visivo, mentre la nostra comunicazione dovrebbe divenire tattile, nel momento in cui si fa un visita con una persona non vedente, per questo organizziamo anche dei corsi di formazione.

Brunella Manzardo, Dipartimento Educazione Castello di Rivoli:

Durante una nostra ricerca, al dipartimento educazione del Castello di Rivoli, ci siamo resi conto che mancava, per i non udenti, tutta la terminologi legta all’arte contemporanea. Devo precisare che mi sono accorta – questa sera- che manca in realtà una buona parte della terminologia più ampia legata alle tecniche artistiche. Ho notato infatti che l’interprete di oggi ha dovuto utilizzare l’alfabeto digitale per la parola calco. Tornando alla nostra esperienza, dopo un corso formativo sul linguaggio dei segni, si é creata una sorte di complicità e di rapporto duraturo con un’associazione di persone non udenti, grazie ad una serie di laboratori e di visite orgnizzate all’interno del Castello di Rivoli. In collaborazione con loro, abbiamo quindi prodotto una serie di segni relativi alla terminologia dell’arte contemporane e sono già pronte, e in distribuzione gratuita, le brochure con i primi 14 segni, mentre presto seguirà la pubbliczione del libro che comprende ben 80 segni.

Luciano Candela, Istituto dei sordi, Torino:

Inizialmente non ero molto interessto all’arte, o meglio mi avvicinavo difficilmente ai suoi linguaggi. Riuscivo perfettamente a distiguere i diversi colori, ma non riuscivo ad entrare nello speifico delle forme, o riflettere sul tipo di pennellata, ecc. e così ho deciso di partecipare al coso del Castello di Rivoli. Durante questo corso, grazie al linguaggio dei segni, ho avuto una spiegazione più comprensibile del termine istallazione. Se per esprimere questo concetto, infatti, ruoto la mano intorno all’altra che resta ferma, per me é più chiaro, lo stesso posso dire per il segno di happening. Ho apprezzto questa esperiena, perché spsso i sordi vengono considerati degli individui di serie b, solo perché spesso si pensa che non abbiano le capacità di accedere e comprendere discorsi, per così dire “alti”.

Francesca Delliri, Istituto dei sordi, Torino:

Io vorrei sottolinare che spesso la difficoltà dei non udenti é forte fin da quando sono piccoli. La sordità separa dalla società e dagli individui, i sordi non parlano italiano, non hanno una lingua parlata, ma hanno una lingua dei segni, per questo l’avvicinamento all’arte contemporanea é spesso impensabile per loro. L’impossibilità di accesso dei non udenti é dettata principlmente dal pregiudizio di noi udenti, che li riteniamo non in grado di arrivare a contenuti alti e astratti. Questo, con la lingua dei segni, può essere invece possibile, costruire del lessico per loro, vuol dire dare loro la possibilità di discutere.

Francesco Fratta:

credo che questa discorso del linguaggio vada sottolineat. L’arte immediata, questo mito, va un pò infranto, una mediazione é sempre stata necessaria. Ricordo una mostra in cui si chiedeva di visitare lo spazio e le opere bendati e poi scoprire cosa i partecipanti avevano visto, con le mani si intende, e in quel caso ho notato vedenti che sapevano esplorare tattilmente benissimo, e non vedenti che non spevano esplorare per nulla. E’ importante che io possa esplorare coi miei mezzi, ma quando questo non é possibile, nel mio caso ad esempio, é necessario che io possa avere una decrizione.

Andrea Lupi, Ufficio Educazione Cittadellarte-Fondazione Pistoletto:

Presento i miei ospiti. Li abbiamo incontrati in caffetteria a Cittadellarte un giorno e ci hanno invitato a pensare come poter collaborare insieme. Da allora ci siamo visti ripetutamente e abbiamo creato delle cose insieme. Ora chiedo di introdurvele direttamente a loro.

Melania Vaccaro, Associazione Vedovoci di Biella:

Dunque, io porto l’esempio dell scuola dei segni di Cittadellarte, dove ogni classe é composta da 3 studenti non udenti e da altri stdenti udenti. Tutta la classe segue, con le stesse modalità di un laboratorio di inglese o di qualsiasi altra lingua straniera, un laboratorio con cadenza regolare sulla lingia dei segni e tutti la imparano. Finita la scuola dell’obbligo, gli studenti seguono i loro percorsi a seconda dei loro gusti, chi si iscrive al liceo artistico, come mia figlia Ambra, chi si iscrive al liceo scientifico e così via. Il dato interessante, che emerge da una ricerca é che gli studenti che hanno frequetato questa scuola udenti, sono più avanti dei coetanei che non hanno frequentato questa sperimentazione. Un’altra esperienza, che nasce a Cittadellarte, é questa scuola pomeridiana, in cui gli insegnati sono sordi. Ognuno é esperto di un campo specifico, dalla musica all’arte e hanno avuto la possibilità con Michelangelo Pistoletto presso la stessa Fondazione di siluppare la loro attività e gli studenti di sviluppare i loro interessi.

Ambra, studentessa:

Il 9 maggio per la prima volta i ragazzi di questa scuola faranno le guide, i partecipanti saranno insegnati, sordi e udenti.

Franco Sarbia, Associazione Vedovoci, Biella:

Io mi occupo di progetti di rigenerazione urbana e di integrazione così, quando ho incontrato Melania, abbiamo deciso di partecipare ad un bando. Durante la nostra esperienza, abbiamo capito, ad esempio, l’importanza della ligua dei segni, anche per gli udenti. Per esempio al Metropolitan Museum, una guida sorda conduce la visita con il linguaggio dei segni, che viene doppiato in lingua orale. Per un sordo leggere le lettere richiede uno sforzo successivo, perché egli deve, di conseguenza, associare al linguaggio scritto, il segno ad esso relativo, pertanto sottotitolare le audioguide non ha senso. Quindi, anche noi come il Castello di Rivoli, abbiamo chiesto ai ragazzi di creare il linguaggio dei segni per l’arte, che potrà poi essere doppiato in italiano dai ragazzi udenti, dai loro compagni ad esempio. Abbiamo pensato che questo video-catalogo potrebbe essere anche utile ai bambini autistici. Noi collaboriamo inoltre con il centro di Torino per ripensare le modalità della Didattica dell’Arte, affinché l’insegnamento non sia mediato solo dalla parola, ma ad esempio dia la possibilità di toccare.

Tea Taramino, Curatrice Biennale Internazionale Arte Plurale, Torino:

Dunque a proposito di Arte e integrzione, io lavoro presso il comune di torino e mi occupo di progtti per disabili, con la collaborazione con artisti, tra cui Mauro Biffaro, alcuni di essi hanno problematiche intellettive, altri hanno anche problemi fisici. Alcuni di essi hanno mostrato segni espressivi davvero interessnti, molto spesso i portatori di handicap sono persone molto interessanti e i loro apporti arricchiscono anche chi, per così dire, non ha problemi, in quanto queste esperienze ci danno la possibilità di vedere le cose da un altro punto di vista. Noi portiamo avanti dal 1993 il progetto art plurale e l’abbiamo portant avanti con la collaboraioe di molti musei, dall GaM a Rivoli e via via tutti gli altri presenti oggi.Lo scopo é quello di produrre insieme le cose e diviene un modo diretto per conoscerci. Questo é ciò che avviene nel contesto di arte plurale. Ultimamente stiamo inoltre cercando di coinvolgere anche insegnati e studenti e di sensibilizzarli a questi temi.

Ci auguriamo inoltre di trovare presto un posto dove poter esporre le nostre opere.

Mauro Biffaro, artista:

E’ un pò strano, ma la prima volta che ho portato avanti un progetto di questo tipo, é stato presso un Centro Socio Terapeuta. Io mi sono trovato ad affrontare quella cosienza derivata dagli anni 70 che si chiama “dilatata” e che porta a rivedere la mia dimensione in relazione a chi é diverso da me.

Prima si palava del linguaggio dei segni, pensiamo i cinesi, loro usano degli ideogrammi, quindi il segno si fa icona. Questa modalià é una pratica che vivo quotidinamente per arriare a conoscere le persone. Quando sono arrivato in questo centro, gli ospiti, avevano bisogno di continue mediazioni, di qualcuno che si prendesse la responsbilità di prendere un decisione, mentre io credo si giusto che ognuno di loro provi a prendere una decisione. Tuttavia io ritengo di non dover arrivare a loro, ma di dover partire da loro per andare avanti. Voglio chiudere con un’esperienza bellissima. La più bella della mia vita. Anni fa lavoravo per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. In quel periodo c’era una mostra di Stefano Arienti. In una sala c’era un’opera con enormi fogli di carta d giornale attorcigliati. Un giorno si é presentato un ragazzo del Cottolengo con 3 uomini anziani. Era sordo, cieco e muto, e io ho dovuto chiudere gli occhi e cercare, come se fossi stato lui, una stretta relazione con l’opera.

Giorgina Bertolino, Responsabile formazione mediatori culturali d’arte, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo:

I mediatori culturali d’arte sono persone formate per porsi come figura in grado di mettere in relazione l’opera d’arte e il visitatore. Non sono guide, quindi non si tratta di individui che conoscono bene l’arte contemporanea e la collezione d’arte con cui lavorano, ma sono persone formate soprattutto dal punto di vista dei rapporti personali. Questa figura non nasce con l’idea di fornire le risposte a proposito delle opere esposte, ma nasce per fornire gli strumenti per rendere accessibile l’arte contemporanea, ai diversi tipi di pubblico, indipendentemente dalla loro età o dalla loro formazione

Iolanda Pensa, Fondazione Lettera27 e Direttore Scientifico Wikiafrica:

Fondazione Lettera27 supporta la distrubizione di materiali prodotti all’interno di musei e altre istituzioni e l’accesso alla conoscenza, soprattutto attraverso internet. Naturalmente internet può essere considerato come una rete fatta di strade , anzi di autostrade e di tante piccole stradine. Le autostrade sono i siti come google e wikipedia. Quando facciamo una ricerca in internet, infatti, il sito di wikipedia é il primo che appare, eppure da una ricerca emerge che coloro che scriveno maggiormente su questo sito sono uomini bianchi interessati al campo scientifico. Mentre le persone che si interessano di cultura e arte contemporanea, dovrebbero potenziare di più questo mezzo, intervenendo sul sito. Con Wikiafrica, cerchiamo di guardare il mondo dalla prospettiva dell’Africa, questo ci permette di osservare il mondo da tanti punti di vista differenti. Io sto concentrando inoltre il mio lavoro sull’idea di copyright, che blocca la diffusione dei testi protetti dal diritto d’autore, attraverso internet. Basterebbe firmare la licenza Creative Commons che permette di condividere in maniera ampia le proprie opere secondo il modello  “alcuni diritti riervati” e condividere dunque l’idea di far circolare liberamente il contenuto delle proprie opere.

Paola Martignetti, Associazione Itineraria Torino:

Per noi le opere d’arte sono considerate come strumenti di esperienza cognitiva e i musei sono posti per svilupparre la conoscenza. Citerei l’espressione di Marc Augè che dice che  bisogna spostarsi e compiere movimenti nel tempo, non solo nello spazio. E’ importante usare inoltre il patrimonio culturale comune, per permettere alle persone di identificarsi con i luoghi.

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